Exhausted_doctor_corbis_fancy_Fotolia_largeIl giorno 11 dicembre 2016, su “Il Mattino di Padova” è stata pubblicata una lettera di uno specializzando che metteva in luce con toni critici le precarie condizioni lavorative dei medici in formazione nel proprio reparto.

Le reazioni sono state numerose e sono pervenute ulteriori segnalazioni all’Ufficio di Presidenza di FederSpecializzandi.
In particolare, abbiamo ricevuto una lettera con preghiera di diffusione da parte di una specializzanda dell’Università “La Sapienza” di Roma, che per motivi di privacy ha preferito mantenere l’anonimato.

La potete leggere qui sotto, al termine di questa introduzione.

Tali lettere riflettono una situazione purtroppo tristemente nota a molti giovani colleghi, che quotidianamente subiscono in prima persona.

Già lo scorso anno FederSpecializzandi aveva puntualmente segnalato la necessità del rispetto delle normative europee in merito all’orario di lavoro, esplicitando l’urgenza di sincronizzare la durata della frequenza alla qualità formativa.

Occorre segnalare che l’attuale panorama formativo in Italia è fortemente eterogeneo, e a realtà critiche si affiancano realtà virtuose.

Queste disparità non seguono un gradiente geografico, non sono direttamente collegate alla tipologia di scuola di specializzazione, e non devono essere analizzate riconducendole semplicisticamente alla natura universitaria o ospedaliera di organizzazione e gestione del percorso formativo.

E’ molto importante inoltre che la riflessione sulla quantità di ore di lavoro si accompagni ad una altrettanto approfondita analisi delle necessità formative dello specializzando.
Solo individuando quali sono gli aspetti qualitativi da tutelare e da promuovere all’interno del percorso formativo dello specializzando, sarà possibile infatti definire meglio anche in termini di durata e di intensità l’attività assistenziale da svolgere.

La condizione dello specializzando è per sua natura peculiare: come già riportato in più occasioni, il medico in formazione specialistica riunisce in sé la figura del lavoratore e quella dello studente. Diviene difficile tuttavia andare ad individuare nitidamente, dal punto di vista quantitativo, le ore che uno specializzando dedica alla formazione e quelle che dedica all’attività lavorativa, essendo le une e le altre strettamente interconnesse e spesso poste in sovrapposizione.
L’attività formativa e lavorativa stessa, infine, sono molto variabili nelle modalità e nelle tempistiche in relazione alla specifica specialità.

FederSpecializzandi esprime il proprio supporto a tutti i medici in formazione specialistica e vi invita a continuare a segnalare le situazioni di particolare criticità ai seguenti indirizzi:

- presidente@specializzandi.org;
- segretario@specializzandi.org;
- vicepresidente@specializzandi.org;
- vicepresidentevicario@specializzandi.org.

Le mail ricevute saranno raccolte e riportate nelle opportune sedi, prima tra tutte l’Osservatorio Nazionale della Formazione Medica Specialistica.

L’Ufficio di Presidenza di FederSpecializzandi

La lettera:

“Sono una specializzanda dell’area medica dell’Università La Sapienza di Roma.

Ho letto con interesse la denuncia del mio collega di Padova pubblicata nei giorni scorsi sul giornale Il Mattino di Padova e non posso che esprimere la mia totale solidarietà e unire la mia voce di protesta alla sua.
La situazione che si vive negli ospedali, ed evidentemente soprattutto nei poli universitari dove la consuetudine di attingere gratuitamente alla forza lavoro degli specializzandi è prassi consolidata, è al limite della legalità e della dignità umana e professionale, sia per gli operatori sanitari sia per i pazienti, ignari del sistema cinico e corrotto che determina il destino delle loro cure.

La vita degli specializzandi nei reparti di medicina si svolge nella totale mancanza di rispetto non solo della persona ma anche del ruolo dello specializzando, trattato da studente o da lavoratore a corrente alternata a seconda della convenienza delle circostanze: studente quando ad esempio non si vuole riconoscergli il diritto al rispetto di un orario previsto dal contratto di lavoro (contratto che nella maggior parte dei casi viene stipulato dopo molti mesi dalla effettiva presa di servizio) né renderlo partecipe delle decisioni organizzative del reparto; lavoratore quando si impongono turni e responsabilità professionali al di sopra delle proprie possibilità e competenze, o quando gli si impone di rimandare o addirittura di rinunciare ad attività formative previste dagli ordinamenti didattici delle scuole di specializzazione per poter sopperire alle gravi carenze di personale strutturato di ruolo.
Non sono rari i casi in cui, per arginare il “problema” della normativa europea sul limite di ore lavorative, i primari chiedono agli specializzandi di venire a lavorare senza timbrare il cartellino (ad esempio nei giorni festivi, al posto del personale di ruolo che rimane comodamente reperibile a casa), o di permanere in reparto oltre il turno notturno di 12 ore, trattando con protervia e modi autoritari da rappresaglia (insulti durante la visita al letto dei malati, esclusione dai progetti di ricerca o dai percorsi formativi) chi non si piega a tale diktat.

I programmi ministeriali formativi sono completamente disattesi e l’unica fonte di conoscenza per un giovane specializzando, ad eccezione dell’esperienza che comunque si basa su una “materia vivente”, il paziente, che deve essere salvaguardata anche da possibili errori di inesperienza, è rappresentata dai colleghi più grandi; il mio collega di Padova scrive che spesso questi ultimi sono i peggiori aguzzini per gli specializzandi ai primi anni.
In questo clima di disumanità, alienazione, prepotenze e cinismo può accadere quanto scritto dal mio collega, è vero, ma è anche vero che i primi a esasperare questa sorta di conflitto generazionale nel nome del “divide et impera” sono proprio i primari e i direttori di dipartimento, a cui evidentemente instillare il seme dell’invidia, della gelosia e della discordia tra i propri specializzandi porta ad avere giovani più soli, insicuri e maggiormente disposti al sacrificio per poter emergere.

E’ raro purtroppo trovare docenti appassionati alla nobile arte della medicina e dell’insegnamento, liberi da ogni tornaconto personale e dalle gelosie del sapere e guidati solo da un autentico amore per il proprio mestiere e per il proprio ruolo di tutor nei confronti degli specializzandi.

Piccoli eroi civili li considero, al pari dei giovani medici ad essi assegnati: persone che vivono il lavoro quotidiano con onestà, coraggio e entusiasmo, nonostante le falle incredibili e intollerabili del sistema sanitario nazionale.
Un sistema in cui gli specializzandi sono esposti ad un ricatto morale intollerabile: o sacrificarsi tutti i giorni con turni straordinari anche di 12 ore per garantire un’assistenza di base a tutti i pazienti (che comunque in queste condizioni sono assistiti da medici stanchi, demotivati e con più possibilità di commettere errori) o attenersi all’orario di cartellino e quindi far finta che i pazienti siano delle pratiche amministrative rimandabili al giorno successivo, quando sappiamo bene che per molti pazienti un semplice ritardo diagnostico può comportare l’aggravamento, spesso irreversibile, del quadro clinico.

E’ frustrante trascorrere 10-12 ore al giorno per tutti i giorni della settimana a cercare di tamponare le emergenze, a portare avanti con fatica un percorso diagnostico sui pazienti e a migliorare la propria formazione e crescita professionale, per poi tornare a casa stanchi, depressi e demotivati.
Leggo che nella definizione di “mobbing” c’è il riconoscimento dello stress lavoro-correlato che può associarsi a perdita d’autostima, ansia, esaurimento nervoso, depressione, insonnia, nevrosi, isolamento sociale, attacchi di panico ed anche essere causa di cefalea, annebbiamenti della vista, tremore, tachicardia, sudorazione fredda, gastrite, dermatite.
Quando il disagio socio-lavorativo è tale da ripercuotersi sul benessere psico-fisico fino a far dubitare della propria scelta professionale di fare il medico, così come sento da numerose testimonianze, allora significa che si è oltrepassato un limite. Mi chiedo se davvero l’opinione pubblica sia sufficientemente sensibilizzata su questa realtà: nella mia esperienza le persone si accorgono del disagio e del degrado che si vive nelle corsie ospedaliere solo quando disgraziatamente hanno un parente malato o sono loro stesse ricoverate.

Spesso il nostro lavoro di specializzandi consiste principalmente nel combattere con la fotocopiatrice inceppata, inviare fax, rispondere continuamente al telefono, aspettare il proprio turno per accedere al computer (la richiesta di prestazioni diagnostiche e la visualizzazione di referti sono effettuabili solo tramite computer e un mal funzionamento, non infrequente, nei sistemi informatici può bloccare l’intero processo diagnostico e terapeutico).

Tutto ciò sottrae tempo all’assistenza e alla nostra formazione, oltre a incidere notevolmente sulla qualità del lavoro.

Spesso lavoriamo e siamo esposti alle legittime lamentele riguardanti il mal funzionamento dei reparti da parte dei pazienti e dei loro familiari, che spesso trovano come unici interlocutori presenti e disposti ad ascoltarli solo noi specializzandi.
Tutto ciò ricade prima di tutto sui malati, che hanno il diritto di essere assistiti in una struttura confortevole, dignitosa e sicura da personale medico-infermieristico adeguato per numero e competenze.
Ed è scorretto verso il personale medico-infermieristico stesso, costretto a turni ordinari nella straordinarietà, nel demansionamento dei ruoli, nello svilimento della professione.

Il problema dello sfruttamento dei giovani medici e della validità della loro formazione specialistica riguarda tutti i cittadini e solo una gestione cinica e irresponsabile della tutela della salute pubblica può consentire questo disagio.”